La prima volta che ho attraversato la Marca Trevigiana in pieno inverno, l’aria era tagliente, quasi pungente, come se volesse ricordarti che qui la natura non concede niente per caso. Le campagne si stendevano sotto una coltre lattiginosa di nebbia e, improvviso, un lampo di rosso rubino tra i solchi gelati: il radicchio di Treviso, quello vero, il tardivo. Bastava avvicinarsi perché quel rosso profondo accendesse la curiosità – cos’ha di speciale questa pianta così elegante? E perché ogni trattoria locale la celebra come fosse un tesoro?
Immagina di varcare la porta di una vecchia osteria a Santa Bona: il calore delle stufe, il vociare sommesso degli anziani al tavolo d’angolo e soprattutto quel profumo inconfondibile che sale dalla cucina: dolcezza vegetale e una punta d’amaro che ti fa salivare. Oggi voglio portarti proprio lì, tra storie contadine e piatti che restano nella memoria. Ti prometto che scoprirai non solo come gustare il radicchio trevigiano nel modo più autentico, ma anche quell’insieme di riti lenti e gesti sapienti che fanno parte della sua magia.
Prepara i sensi: qui si assapora più che un ortaggio – si entra a far parte del suo racconto. Sei pronto a lasciarti rapire dai colori e dai sapori nascosti della terra veneta?
L’alba sulle campagne intorno a Dosson è silenziosa. Cammini tra i filari ancora bagnati dalla brina e i contadini sono già all’opera da ore. Il Radicchio Rosso di Treviso IGP – quello dalla foglia lunga, nervata e croccante – non nasce in estate, ma trova la sua vera natura quando tutto sembra dormire.
Qui si racconta che fu un caso fortuito – o forse geniale intelligenza contadina – a inventare il radicchio “tardivo”: le piante lasciate nei campi dopo la prima gelata venivano coperte d’acqua limpida delle risorgive per settimane. Un processo paziente: le radici immerse in vasche fredde per almeno 15 giorni mentre fuori l’inverno imperversa. Così le foglie si allungano, impallidiscono al cuore e diventano fragranza pura.
In questi paesi, da Quinto a Zero Branco fino a Preganziol, ogni famiglia ha una storia legata al radicchio. C’è chi lo pulisce ascoltando Radio Birikina nelle stalle calde; chi ricorda quando non valeva nulla ai mercati; chi oggi ci costruisce sopra serate intere nelle sagre paesane (tra gennaio e febbraio sono le più genuine!). Quando lo assaggi crudo appena raccolto senti la terra stessa sciogliersi in bocca: delicato ma con quella vena amara che ti sveglia come un caffè forte.
L’interno della Trattoria dall’Oste, poco fuori Casier, è tutt’altro che patinato: tovaglie ruvidamente bianche, bottiglie polverose sugli scaffali e quel vocione dietro il bancone che scandisce i piatti del giorno come fossero formule magiche. Qui il radicchio è protagonista assoluto.
L’oste ti consiglia subito il classico “in saor”, cioè stufato dolcemente con cipolla bianca marinata nell’aceto – un’esplosione tra acidità e dolcezza dove il radicchio resta croccante al morso ma prende profondità nel gusto. Oppure lo trovi “al forno”, spennellato con olio extravergine dei colli Asolani (provalo anche con una spolverata di ricotta affumicata sopra!). La crosta esterna caramellizza leggermente e sprigiona aromi tostati; dentro è succoso ed erbaceo.
A pranzo ordina un bicchiere di Raboso frizzante o chiedi del Refosco locale: l’abbinamento con il vino rosso speziato esalterà l’amaro aromatico del radicchio. Ti consiglio anche il risotto mantecato con Grana Padano stagionato – lo fanno lasciando tostare i chicchi nel burro prima dell’aggiunta del brodo vegetale infuso alle foglie esterne scartate (nulla va sprecato qui).
C’è qualcosa di profondamente umano nell’incontrare chi coltiva queste meraviglie. Il sabato mattina a Piazza dei Signori a Treviso, sotto i portici medievali, puoi fermarti davanti ai banchi dei piccoli produttori locali come la famiglia Fregonese o gli storici Barbisan. Il loro radicchio viene esposto legato in mazzi ordinati quasi fosse un fiore prezioso.
Tocca con mano: le foglie sono sode ma mai dure; se tiri leggermente senti quel rumore sottile della freschezza appena raccolta. Spesso ti offrono assaggi sul posto: una fettina cruda su pane caldo oppure appena scottata sulla griglia portatile dietro al banco.
I produttori più appassionati ti raccontano ogni dettaglio della lavorazione – dalla semina alle vasche d’acqua gelida usate ancora oggi nei mesi freddi (da metà novembre fino a febbraio inoltrato). Se arrivi in auto da Venezia prendi l’uscita Treviso Sud sull’A27; segui per il centro città dove parcheggi facilmente vicino alle mura (1-2€ all’ora) soprattutto al mattino presto. A piedi raggiungi in dieci minuti uno dei mercatini settimanali o le botteghe specializzate lungo Via Calmaggiore.

Quando torno a casa dopo una giornata passata tra orti gelati sento sempre il bisogno di riprodurre quei sapori autentici sulla mia tavola. Il bello del radicchio trevigiano è proprio questo: sa essere protagonista sia in ricette elaborate sia nei gesti semplicissimi.
Anche nella versione cruda regala sorprese: affettalo finemente insieme ad arance siciliane pelate a vivo, noci spezzettate e un filo di miele nuovo sui piatti delle feste natalizie trevigiane.
C’è un tempo preciso in cui tutto ruota attorno al radicchio tardivo ed è quello delle grandi sagre paesane. Inizia appena cala dicembre nei piccoli centri come Dosson di Casier o Preganziol dove tendoni colorati spuntano accanto alle chiese illuminate dalle luminarie d’inverno.
L’atmosfera qui è genuina come cento anni fa: lunghi tavoli conviviali dove condividi piatti fumanti con perfetti sconosciuti che dopo pochi minuti diventano amici grazie alla passione comune per questa verdura speciale. Prova almeno una volta lo “spiedo gigante” condito con salsa al radicchio oppure vai sulla tradizione pura dei gnocchi fatti in casa accompagnati da burro fuso dorato dal salisario locale.
I prezzi sono popolari (tra i 12€ per menu completo fino ai 20€ se scegli vino DOC abbinato): conviene arrivare presto nel weekend perché spesso i posti migliori si esauriscono già prima delle otto! Chiedi sempre se ci sono degustazioni guidate tenute dai produttori stessi – potresti scoprire chicche mai sentite altrove come liquori artigianali al radicchio o conserve agrodolci fatte secondo antiche ricette familiari.
Se vuoi portare via davvero qualcosa dell’anima trevigiana cerca il marchio IGP sui cespi nei negozi specializzati (ad esempio “OrtoTreviso” lungo Viale Luzzatti). Acquista solo quelli dal colore vivace senza macchie gialle né parti molli alla base – significa freschezza garantita!
I supermercati cittadini espongono spesso versioni più economiche importate dalle province vicine; invece affidati ai piccoli negozi oppure prenota online direttamente dalle aziende agricole locali (molti spedicono box freschi ovunque in Italia durante tutta la stagione).
Aneddoto personale? L’ultima volta ho acquistato una crema spalmabile dolce-piccante prodotta artigianalmente dalla cooperativa “Le Delizie Venete” durante una sagra notturna sotto tende riscaldate dal vin brulè… Perfetta sul pane nero tostato!

A volte basta davvero poco per ritrovare certi sapori addosso come una seconda pelle. Una sera qualunque cucini due cespi arrosto accompagnandoli con un calice rosso intenso – magari ascoltando uno swing lento alla radio mentre fuori piove piano sulle strade vuote.
Die sapore persistente del radicchio trevigiano, così vivo anche giorni dopo averlo mangiato nella sua terra madre, ti riporta subito indietro tra quei filari immersi nella nebbia dove tutto nasce semplice e vero. È un invito costante alla lentezza buona che solo certe tradizioni italiane sanno regalare ancora oggi.
E tu? Hai già stretto fra le mani questo piccolo scrigno rosso? Raccontami nei commenti la tua esperienza veneta o condividi l’articolo con chi ama viaggiare partendo dai sapori più autentici d’Italia.
E chissà… magari sarà proprio un cespo croccante ad accendere la tua prossima avventura!
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