Sagrantino di Montefalco: il vino rosso che ha reso l'Umbria famosa

Sagrantino di Montefalco: una lunga storia tra sacro e profano

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Viaggio in Italia del Sommelier Jasper fra vino e cibo: il Tartufo
13 Settembre 2018
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Sagrantino di Montefalco: una lunga storia tra sacro e profano

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Il Sagrantino di Montefalco è il vino rosso che ha reso l’Umbria famosa in tutto il mondo.

 

Raccontare cosa rende unico questo vino richiede più di una parola: è il suo carisma, la sua essenza e il suo mistero.

Il Sagrantino è coltivato esclusivamente a Montefalco, villaggio di antica fondazione romana, e nei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi. Questo vitigno non presenta alcun legame di parentela con altri vitigni italiani. Sembra che l’origine del Sagrantino di Montefalco sia da ricercarsi fra i rami dell’albero genealogico del Saperavi georgiano, al di là del Caucaso: il Sagrantino potrebbe, infatti, esser giunto in Italia con i pellegrinaggi dei frati francescani che avevano avuto modo di apprezzarne l’alto grado zuccherino e l’eccellente resistenza al marciume.

 

Vitigno di Sagrantino di Montefalco in Umbria sagrantino di montefalco Sagrantino di Montefalco: una lunga storia tra sacro e profano montefalco umbria

 

Nel XIV secolo, a Montefalco, erano già in vigore leggi che si invocavano per tutelare il “sacro vino” locale. Ai produttori che non possedevano vigneti di proprietà, ma mettevano in comune il proprio raccolto, era inflitta la stessa pena prevista per i ladri; nel XVII secolo, era applicata la pena di morte per chi avesse tagliato una pianta di vite di proprietà altrui. All’epoca il Sagrantino di Montefalco non veniva venduto: era usato solo per le feste religiose, per le ricorrenze familiari e dai sacerdoti per officiare la comunione. Non è infatti casuale che il termine “Sagrantino” si faccia risalire ai concetti di “sacro” e “sagra”.

Un tempo, il Sagrantino di Montefalco era prodotto solo nella versione passita. Dopo la vendemmia, i grappoli venivano lasciati appassire per alcuni mesi, ottenendo una variante appunto “passita” del vino. La ragione è semplice: il Sagrantino è caratterizzato da bacche piccole e non dà raccolti abbondanti.

 

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Tali caratteristiche donano al Sagrantino di Montefalco un contenuto di tannini eccezionalmente alto. La soluzione messa a punto nel medioevo fu quella di bilanciare i tannini attraverso l’appassimento, processo che concentra gli zuccheri naturalmente presenti nelle bacche. I vini così prodotti erano carichi, ricchi ed intensi.

Il Sagrantino secco di Montefalco rappresenta una relativa novità nell’enologia locale: la vendemmia del 1972 rappresentò, infatti, la prima prova di vinificazione di questa versione.

Come il vino passito, anche il vino secco invecchia per 30 mesi, di cui 12 in botti rigorosamente di rovere. La gradazione minima stabilita per legge è di 13% vol. per il secco e 14,5% vol. per il passito.

 

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Il vino passito, ottenuto da uve Sagrantino stramature lasciate ulteriormente appassire per due mesi, appare di un rosso granato vivace, al palato si presenta dolce ma ben bilanciato, con una nota finale tendente al secco.
Il Sagrantino secco è di colore rubino carico, al naso si presenta intenso con note persistenti di frutto di bosco, tartufo e mora, al palato è asciutto e ben strutturato. È un vino rosso per intenditori, che siano capaci di apprezzarne il carattere ricercato e mutevole.
Il Sagrantino di Montefalco ha ottenuto la denominazione DOC nel 1979 e la DOCG nel 1992.
L’abbinamento ideale per il Sagrantino di Montefalco è il tartufo, protagonista di numerose ricette della tradizione umbra. È un vino che si sposa particolarmente con la carne alla griglia, con la zuppa di ceci, ma anche con formaggi stagionati, biscotti e cioccolato.

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